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Privato del potenziale nostalgico, cos’altro resta del revival di Sarabanda? Poco, quasi nulla. Nel complesso un ibrido dove show e game convivono a fatica tra inutili lungaggini che finiscono per togliere ritmo alla sfida. A dominare è l’eccesso.

Eccessiva è innanzitutto la durata: tre ore di diretta sono tante, troppe per un quiz pensato e costruito per reggere al massimo un’ora di programmazione. Inevitabilmente la competizione ne risente, sovrastata da un’accozzaglia di intermezzi di vario genere che le tolgono appeal: difficilmente riescono a intrattenere fino alla fine lo spettatore, tentato più probabilmente dalla prospettiva di una sana dormita che di attendere fino a mezzanotte e oltre per conoscere il nome del vincitore.

Eccessivo è il clima autocelebrativo che aleggia nel programma, esasperato anche dalla conduzione di Enrico Papi, da sempre “sopra le righe”, ora quasi ansiogeno nel richiamare di continuo il web e i social. Dimenticabili i suoi monologhi a inizio puntata tanto quanto la (non) intuizione di collocare in studio disc-jockey. Eccessiva è l’accozzaglia di siparietti (imitazioni, ospitate) all’apparenza accostati e serviti al pubblico senza un vero filo logico.

Insomma, a vedere questo Sarabanda verrebbe voglia di ritornare davvero indietro di vent’anni e recuperare la spensieratezza e la spontaneità che contraddistinguevano quelle prime edizioni. Oggi rivive solo e in parte nei concorrenti storici, Valentina, Coccinella, Uomo Gatto, Tiramisù e gli altri che i telespettatori non hanno potuto né voluto dimenticare. Nostalgia, nostalgia canaglia.

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