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#DINECESSITÀVIRTÙ: BASTA CHIAMARLI EROI, NON LO SONO!

Non hanno superpoteri se non la loro preparazione, l’esperienza. Né indossano divise superaccessoriate, ma camici e mascherine. Perché allora chiamarli eroi? Perché continuare a dipingerli così? Per lavarsi la coscienza, forse. No. Dietro le storie che ormai quotidianamente riempiono giornali e programmi di informazione non ci sono eroi, ma persone. Uomini e donne chiamati oggi a svolgere la loro professione in una situazione che definire “insostenibile” è dire poco. Persone costrette quotidianamente a confrontarsi con la paura, il dolore, lo smarrimento di chi lotta contro un infimo male. Solo, lontano da famiglie e amici. Quelle famiglie, quegli amici che neanche loro vedono da giorni. Nonostante il pensiero vada lì. A mariti, mogli, figli, padri, madri, fratelli, sorelle. Perché chi ogni giorno combatte contro la paura, quella paura è costretto a portarsela dentro.

Per quanto una spicciola retorica li continui a disegnare come tali, quasi dimenticandone la fatica, i sacrifici di questi giorni, medici e infermieri non sono eroi. Sono persone. E bisogna ricordarlo, oggi più che mai. Lo dicono i lividi lasciati dalle lunghe ore con le mascherine, le mani arrossate postate sui social. Lo dice l’immagine di quella infermiera sfinita, che a fine turno dorme stravolta sulla scrivania. E quella della sua collega, esausta, per terra in corridoio. Lo dice Paolo, il collega che quella foto l’ha scattata: “Un momento di sconforto e la caposala che le va incontro, si piega, le dice che andrà tutto bene. Siamo persone, non eroi”. E lo dicono le testimonianze, le storie dei medici impegnati in prima linea nell’emergenza raccolte in tv, sui giornali. Il pediatra che non ha potuto assistere alla nascita del suo terzo figlio. Lo specialista in rianimazione che a “PiazzaPulita” ha raccontato tra le lacrime di una promessa. Quella fatta ad un paziente 47enne a cui il coronavirus ha già portato via il padre, fare di tutto per salvarlo: “Non so quanto a lungo potrò rispettare questo patto”.

A loro dobbiamo la nostra riconoscenza, il nostro conforto. Un eroe forse non ne ha bisogno, una persona sì. A gran voce, dai social, ci dicono di stare a casa. E l’unico modo per sostenerle, aiutarle è ascoltare, quanto ci dicono. Rispettare quello che ci chiedono. E combattere d’ora in poi al loro fianco perché possa essere giustamente riconosciuto (e mai dimenticato) quanto stanno facendo (e in quali condizioni). Lo dobbiamo a loro. Lo dobbiamo a chi, di loro, la fine di questa battaglia non la vedrà mai.

#dinecessitàvirtù è l’iniziativa social lanciata da Bubinoblog: qui per scoprirla meglio.