Crea sito

#IORESTOACASA, LETTURE PER PREPARARSI ALLA TV CHE VERRÀ: DOC – NELLE TUE MANI

La recensione di “Doc – Nelle Tue Mani”. E un ulteriore consiglio di lettura,

in attesa dei nuovi episodi in autunno.

Una scena su tutte potrebbe spiegare il perché di quei 30% di share. Una signora, il marito ricoverato. Lo accarezza, gli canticchia quasi sussurrando lo stralcio di una celebre canzone, “nemmeno il destino ci può separare perché questo amore s’illuminerà d’eternità”. Lui affaticato sorride, prima di addormentarsi per sempre. Fuori un giovane medico li osserva senza farsi notare. Si siede a terra, piange.

È umanità, empatia. Doti di chi ogni giorno combatte in corsia, consapevole di avere tra le mani una responsabilità ineguagliabile, salvare vite. E oggi lo sappiamo bene. Numeri, dati, studi, casistiche sì ma dietro ci sono esistenze, persone. Mai come in questo periodo c’è bisogno di umanità, di empatia. E Doc-Nelle Tue Mani lo dice. Lo dice nel vissuto di medici e specializzandi, nei loro problemi personali, sfaldando quella corazza che indossano per sopravvivere al dolore. Lo dice sottolineando il valore dell’ascolto, quello del paziente, indispensabile per formulare la giusta diagnosi. Lo dice. E, per una serie di coincidenze, lo sta facendo in un momento in cui c’è particolarmente bisogno di sentirselo dire.

D’altronde Doc- Nelle Tue Mani si ispira a una storia di vita vera. Emerge nel continuo gioco tra realtà e finzione, lo si percepisce. È quella di Pierdante Piccioni, di cui abbiamo parlato qui prima che andasse in onda. Lui non per un tentato omicidio ma per un incidente è finito in coma perdendo, in termini di memoria, gli ultimi dodici anni di vita. Proprio come il personaggio interpretato da Luca Argentero ha dovuto recuperare quei dodici anni ripartendo quasi da zero. E come a lui quel vissuto è servito. Per migliorarsi, come uomo e come medico. E riscoprire il valore dell’ascolto, del rapporto con il paziente.

Lo ha raccontato in due libri, scritti insieme a Pierangelo Sapegno: Meno Dodici e Pronto Soccorso. E proprio in “Pronto Soccorso” il dottor Amnesia si concentra sull’importanza dell’empatia e del ruolo fondamentale che ha giocato un ruolo importante nella sua “seconda vita”:

Per chi ci lavora, a contatto con il dolore delle persone, il pronto soccorso di un ospedale è una trincea quotidiana, una frontiera sospesa tra la malattia e la salvezza. Pierdante Piccioni, però, non è un medico qualunque. Nel 2013, a causa di una lesione alla corteccia cerebrale ha perso la memoria e si è risvegliato dodici anni prima della realtà che stava vivendo. Dodici anni inghiottiti in un buco nero. Da lì è ripartito con fatica, tra depressione e rabbia, e ha combattuto con tenacia per riconquistare la propria vita, i propri affetti, il proprio posto nel mondo. Lui, il dottor Amnesia, ora è di nuovo un primario di pronto soccorso.Ma adesso che è in prima linea, resta ancora un paziente costretto a fare i conti con la disabilità, ed è forse questo ad avergli fatto maturare una nuova empatia nei confronti di chi è malato: ne conosce le sofferenze, ne comprende il disagio dinanzi a quell’elefantiaco «emporio della salute» che è l’ospedale. Avendo vissuto tutto ciò sulla propria pelle, in ogni occasione cerca di comportarsi come avrebbe voluto che i medici avessero fatto con lui, una condizione che se da un lato lo premia, dall’altro emotivamente lo sfinisce.Scenario del suo ostinato lottare contro vecchi schemi e abitudini è il pronto soccorso, un luogo di confine dove le vite di molti, con le loro incredibili storie, sembrano incrociarsi senza un senso apparente, paradigma di una società nella quale lo stesso Piccioni spesso si sente un reduce senza futuro, costretto ad aspettare ancora il miracolo più grande, quello che gli deve restituire, insieme alla memoria, tutte le emozioni perdute e il senso di un’esistenza da riallacciare.Ma forse quel miracolo è semplicemente un segreto che sta dentro di noi. È la passione di vivere, la stessa passione che lo spingerà ad andare oltre il suo ruolo di primario, per inventarsi un nuovo lavoro, occupandosi dei pazienti più fragili, dei più soli, degli ultimi. Di quello che lui è stato e che, in fondo, ancora lo definisce: essere «diversamente normale».