Crea sito

INTERVISTA A LAURA SABATINO: COME NASCE UNA FICTION, SCRIVERE CON SEMPRE MENO TEMPO E BUDGET, IL LUNGO SODALIZIO CON ARES FILM, IL SUCCESSO DE L’ONORE E IL RISPETTO, IL RICORDO DI VIRNA LISI (PRIMA PARTE – ESCLUSIVA)

INTERVISTA A LAURA SABATINO: COME NASCE UNA FICTION, SCRIVERE CON SEMPRE MENO TEMPO E BUDGET, IL LUNGO SODALIZIO CON ARES FILM, IL SUCCESSO DE L’ONORE E IL RISPETTO, IL RICORDO DI VIRNA LISI (PRIMA PARTE – ESCLUSIVA)

[line]Esclusiva BubinoBlog[line]

Ho il piacere di intervistare la sceneggiatrice e scrittrice Laura Sabatino. Dietro molte fiction di successo c’è anche la sua firma, dagli esordi con La Squadra in Rai, al lungo sodalizio con Ares Film che la porta a scrivere, in team con Teodosio Losito e altre abili mani, alcune delle fiction più famose di Canale 5: L’Onore e il Rispetto, Il Peccato e la Vergogna, Baciamo le mani e Caterina e le sue figlie. Con disponibilità e competenza, ha accettato di rispondere alla mia intervista che tocca argomenti cari agli appassionati di fiction, oltre a svariati aneddoti e curiosità. Grazie Laura per questa intervista-lezione!

Gli sceneggiatori sono i fondamentali artefici dell’impalcatura sulla quale nasce poi il palazzo, ovvero la fiction. Come dire, anche i più grandi attori, senza una valida sceneggiatura, non possono fare miracoli. Ti ritrovi in questa descrizione?

Mi ritrovo abbastanza in questa definizione, la sceneggiatura è certamente un’impalcatura importante, da cui dipendono struttura, scansione narrativa, tema, archi dei personaggi, dialoghi e, ovviamente, più solida è meglio è. Anche se va detto che molto altro interviene tra il momento iniziale della scrittura e quello finale, della messa in onda. Decisioni prese a ogni livello e per esigenze diverse che possono anche stravolgere o modificare radicalmente il copione iniziale. Quindi è vero che anche i più grandi attori senza una sceneggiatura valida non possono fare miracoli, ma è anche vero che una sceneggiatura sulla carta valida, non necessariamente dà vita a un buon film o fiction.

È un classico leggere lodi alla serialità estera – in particolare americana e inglese – e, in parallelo, critiche a quella italiana. Apprezzando le sfumature e il “calore” della fiction nostrana, dissento da queste generalizzazioni. Abbiamo solo da invidiare agli altri oppure anche noi possiamo insegnare qualcosa?

Da appassionata di tv, seguo le serie il più possibile, leggo anche io le critiche e in parte le condivido. È innegabile che all’estero, per una serie di fattori concomitanti, si stia vivendo una specie di golden era della televisione, e la tv affronti temi e storie complesse, spesso anche svincolate dalla necessità dei classici colpi di scena o chiusure di puntata. Spesso si dà la colpa agli sceneggiatori per non essere all’altezza delle serie straniere, ma ho sempre pensato, leggendo molto, guardandomi attorno e lavorando a stretto contatto con colleghi a volte di grande talento, che non è il talento il nostro problema. Invece ciò che è da invidiare, e auspicabilmente da imitare, è il sistema di produzione, con più reti televisive che producono tanto – anche non generaliste – e quindi più libertà di scrittura. Difficile dire cosa possiamo insegnare noi a loro, forse a lavorare su budget notevolmente limitati. E forse sarebbe un esperimento interessante fare uno scambio: far lavorare uno sceneggiatore-producer straniero nel nostro sistema, coi nostri budget, e metterne uno nostrano da loro.

Da molti anni lavori con la Ares Film. Come è nato il sodalizio di successo con la società di Alberto Tarallo e Teodosio Losito?

Nel 2001, quella che allora si chiamava Mediatrade ha prodotto una commedia di cui avevo scritto soggetto e sceneggiatura, Ribelli per caso, per la regia di Vincenzo Terracciano. È stato grazie a questo film che ho cominciato a lavorare per Mediaset, e sono stati loro in pratica a segnalarmi alla Ares per una fiction che si chiamava Madame, con protagonista Nancy Brilli. Da lì è cominciato tutto, da una fiction siamo passati alla successiva, e così via.

Come è cambiato il modo di scrivere una fiction negli ultimi 10 anni e quali evoluzioni prevedi per il futuro?

Il tempo. La prima parola che mi viene in mente è questa. Di tempo ce n’è sempre stato poco, ma ora si è come ulteriormente contratto. Si ha sempre meno tempo, per pensare, scrivere, ripensare e riscrivere. Tieni presente che per me la riscrittura è forse ancora più importante della scrittura nel processo creativo. E poi i finanziamenti e gli spazi si sono ridotti, e anche questo porta ad avere meno tempo. Si è moltiplicata l’offerta, ma si è ridotto il pubblico che sta davanti alle tv generaliste. Fare grandi numeri (eccezioni a parte) è sempre più difficile. D’altra parte credo che questo sia un momento interlocutorio, difficile ma anche affascinante. Nuovi scenari si sono aperti grazie allo streaming, difficile dire cosa porterà il futuro. Quel che mi auguro io è un’offerta che sia il più variegata possibile.

Quando ti viene commissionata la sceneggiatura di una fiction, come funziona concretamente il rapporto tra l’azienda tv, casa di produzione e sceneggiatore? Come avviene l’interazione tra le parti? Viene data un’idea generale da sviluppare oltre ad indicazioni specifiche, ad esempio tematiche da affrontare o argomenti da evitare?

Come saprai, sono tante le fasi che compongono la scrittura di una serie tv: idea-soggetto-trattamento-scaletta-sceneggiatura-revisione della sceneggiatura. Nella maggior parte dei casi in questi anni a me è capitato di entrare nel processo di scrittura dopo il soggetto, sul trattamento, quando l’idea generale della serie era già stata approvata e con essa le tematiche da affrontare o da evitare. Per quanto possibile, ho cercato di metterci del mio e la fase di trattamento, sceneggiatura e revisione è comunque molto lunga e complessa. C’è tanto da rivedere, ci sono note che arrivano dalla regia, dalla rete, dalla produzione, anche dagli attori, e lo sceneggiatore deve in qualche modo cercare una sintesi di tutte queste voci. Quando scrivi sei solo, ma poi ci sono tante riunioni in cui vanno discusse le proprie idee, e tanti cambiamenti da apportare, magari rinunciando proprie alle cose – battute, scene, linee – a cui tenevi di più.

Scorrendo alcune delle più importanti fiction che hai scritto, noto un lavoro di gruppo molto affiatato con nomi ricorrenti: oltre a Teodosio Losito, leggo tra gli altri Manuela Romano e Luigi Montefiori (alias George Eastman per i patiti cinefili). Come vi relazionate e organizzate l lavoro?

Ognuno ha la sua puntata – una o più – che scrive sulla base del soggetto, prendendosi, a seconda dei casi, maggiore o minore libertà. Prima di partire, anche il soggetto viene ampiamente analizzato. Poi si passa alle riunioni dove le puntate scritte, come ti dicevo prima, vengono discusse e accordate le une alle altre, anche per trovare continuità di dialogo e atmosfere, evitare ripetizioni, trovare uno stile il più possibile omogeneo.

In un’intervista di Losito a Panorama, al termine del poco fortunato sequel de Il Bello delle Donne, è emerso che sono stati richiesti da Mediaset profondi tagli e rimaneggiamenti in fase di montaggio della fiction, che ne hanno stravolto l’impianto. È una consuetudine questo interventismo della direzione fiction del network tv o di solito viene lasciata una certa libertà?

Non ho partecipato alla scrittura de Il bello delle donne, ma direi che è una consuetudine che il network faccia delle richieste. Nelle serie in cui mi è capitato di lavorare, però, c’era una buona sintonia tra richieste della rete e lavoro di sceneggiatura. Ho avuto la fortuna di lavorare con validi editor.

Capitolo L’Onore e il Rispetto. La prima stagione debutta nel 2006 con la regia di Salvatore Samperi e la consacrazione di Gabriel Garko. Avevi il sentore, scrivendola, del grande successo che avrebbe avuto?

No, non avevo il sentore del successo, ma posso dire che è stato molto piacevole lavorarci assieme a Luigi e alla Ares. Credo sia stata la mia prima esperienza con Luigi Montefiori, che è una vera forza della natura. C’era forse il sentore della saga, della storia che in qualche modo gioca con archetipi in cui è facile riconoscersi, e quindi il successo che ha avuto non mi ha colto di sorpresa.

Parlando dell’Onore, non posso non citare l’indimencabile Virna Lisi, uno dei volti simbolo della Ares.

Sulla grande Virna Lisi che posso dire? Non l’ho conosciuta di persona, ma è stato un onore scrivere per lei, rendeva tutto più facile. Ancora oggi, al solo sentirla nominare, mi torna in mente la sua voce, oltre che il suo bellissimo viso. Perché l’attore per me è soprattutto voce, mutevolezza, duttilità, e il modo in cui la sua voce poteva essere di volta in volta carezzevole, autoritaria o tagliente era meraviglioso. A volte ci arrivavano sue proposte di tagli alle battute: erano sempre tagli illuminanti.

[line]

Domani, nella seconda parte dell’intervista, parleremo dell’evoluzione negli anni de L’Onore e il Rispetto, di Caterina e le sue figlie, degli inizi con La Squadra, oltre alla presentazione del nuovo romanzo e ai consigli per diventare sceneggiatore. Chiuderemo parlando della crisi delle fiction Ares… da non perdere!