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INTERVISTA A LAURA SABATINO: L’ONORE HA ANCORA DEL POTENZIALE, LA BRILLANTEZZA DI CATERINA E LE SUE FIGLIE, LA CRISI DELLE FICTION? SERVE UNA SERIA AUTOCRITICA (SECONDA PARTE – ESCLUSIVA)

INTERVISTA A LAURA SABATINO: L’ONORE HA ANCORA DEL POTENZIALE, LA BRILLANTEZZA DI CATERINA E LE SUE FIGLIE, LA CRISI DELLE FICTION? SERVE UNA SERIA AUTOCRITICA (SECONDA PARTE – ESCLUSIVA)Francesco Cotticelli, Laura Sabatino, Vincenza Alfano e il regista Vincenzo Terracciano alla presentazione a Napoli de “Le pietre in tasca”, il secondo romanzo di Laura

[line]Esclusiva BubinoBlog[line]

Oggi concludo la bella chiacchierata con la sceneggiatrice Laura Sabatino che ringrazio ancora per questo prezioso regalo che ha fatto al blog. Per chi avesse perso la prima parte dell’intervista, in cui abbiamo parlato, tra le altre cose, di come nasce una fiction, delle differenze tra la serialità italiana e quella estera, della nascita del sodalizio con la Ares, del successo de L’Onore e il Rispetto e del ricordo di Virna Lisi, la trova cliccando qui.

Come è nato L’Onore e il Rispetto e come è cambiato nelle varie stagioni? Il gran finale lo è davvero o magari tornerà fra qualche anno? L’anno scorso si vociferava nei social di una sorta di spin-off con protagonista Rosalinda (Giulia Petrungaro), ma sono rimaste voci.

L’Onore è nato da un’idea Ares, di Teo. Come dicevo prima, c’era il desiderio di costruire una saga che unisse storie private e storie criminali, storie d’amore, di giustizia e di vendetta, negli anni 60. E credo che – specie nelle prime serie – l’Onore sia riuscito a raggiungere il suo scopo. Personalmente, ritengo la seconda serie (che non ho scritto io) davvero notevole. Poi, certo, più si va avanti, più diventa difficile trovare nuovi spunti e, in alcune delle serie successive, forse è stato dato troppo spazio a esecuzioni sommarie. Ma del potenziale c’era ancora, secondo me soprattutto nel rapporto padre-figlia. Davvero non so cosa il futuro riserverà.

Toni forti, atmosfere thriller e forti emozioni li troviamo anche in altri tuoi lavori. Penso a Il Peccato e la Vergogna, Baciamo le Mani, Io non dimentico, ma c’è anche la commedia brillante ovvero Caterina e le sue figlie, con Virna Lisi e Iva Zanicchi (peccato non abbia più fatto fiction!). Che ricordi hai?

Riguardo a Caterina ricordo che era uno dei migliori cast per cui abbia scritto e con cui abbia lavorato. Nei credit di sceneggiatura delle varie serie trovi persone come Valentina Capecci o Amy Pollicino, che sono semplicemente grandi scrittrici secondo me. Poi la signora Lisi e Iva Zanicchi avevano insieme una chimica che andava anche al di là di quello che c’era in sceneggiatura, da potenziale spin-off. Iva Zanicchi è di una esuberanza travolgente e la signora Lisi era straordinaria anche a farle – a suo modo – da spalla. Caterina è anche la serie che la gente comune ricorda con maggiore affetto. Basta che dica: “Ho scritto Caterina e le sue figlie con Virna Lisi” che tutti immediatamente sorridono, e questo per me è molto bello.

Dopo anni di grandi ascolti, da un po’ di tempo le fiction Ares, e di Canale 5 in generale, faticano e non poco. Da grande estimatore del genere ne sono rammaricato. Il pubblico cerca un altro tipo di storie? Incidono anche gli errori tipici della tv italiana? Penso al seguito di Furore, arrivato ben 4 anni dopo la prima stagione. Oltre ad allungare il numero di puntate, con il rischio di togliere forza alla trama, e cambiare i periodi di messa in onda, come avvenuto con l’ultima dell’Onore. C’è il rischio di azzoppare le fiction ancor prima di metterle in onda?

Incidono tanti fattori: il cambiamento radicale del panorama televisivo, l’arrivo di altre forme di tv, certamente la stanchezza verso un certo tipo di storie che fatalmente si ripetono, la qualità della confezione che con meno tempo e budget non può che declinare. Di sicuro quel che dici è vero, un sequel, anche di una serie popolare e amata, non può arrivare tanti anni dopo la serie precedente. Si perde il tempo, si perde l’opportunità, non si fidelizza a sufficienza lo spettatore. Servirebbe un profondo ripensamento e una seria autocritica, a tutti i livelli.

Non è sempre automatico che la sceneggiatura di una fiction diventi realtà, a volte capita che Mediaset come la Rai ordinino dei prodotti che, dopo anni dalla stesura, non sono ancora andati sul set. Ci puoi svelare se nel corso della tua carriera hai scritto delle fiction che poi non sono andate sul set?

È capitato più volte, ma forse quella che ricordo con più rimpianto è una fiction storica su Eleonora d’Arborea, la regina guerriera, da un soggetto di Franco Bernini. Ho scritto il progetto assieme a lui per la Rai, da Franco ho imparato tanto, ed era una storia davvero densa di significato e al tempo stesso appassionante, che purtroppo si è arenata in pre-produzione.

Manuela Arcuri e Losito avevano annunciato la scorsa estate il progetto di Donne d’Onore. Dovrebbe già essere sul set ma non si è più saputo nulla: sarebbe la prima volta dopo un ventennio senza una nuova fiction Ares. Qual è la situazione ad oggi? Ci puoi rivelare qualcosa in più, anche su altri progetti a cui stai lavorando per tv e cinema?

Ho partecipato a una prima fase di scrittura di Donne d’Onore, ad oggi non ho nuove informazioni. Al momento sto lavorando su un paio di sceneggiature per il cinema, e su un concept per la televisione.

La fiction che porti di più nel cuore?

Probabilmente è la prima serie de La Squadra. Per tanti motivi: innazitutto perché ero più giovane, e poi perché era un po’ l’inizio di tutto e c’era ancora l’illusione di poter fare una serie all’americana, sul modello di NYPD Blue. Con Mauro Casiraghi, Lorenzo Favella e Monica Mariani (fantastici editor) si lavorava tanto, da mattina a sera, ma si rideva anche molto.

La fiction che poteva venire meglio e quella che avresti voluto scrivere ma l’hanno fatto altri?

Mogli a Pezzi. Forse bisognava insistere di più sulla commedia e rinunciare alla linea gialla. Sulla carta la commedia era molto divertente. Sulle fiction che avrei voluto scrivere ma l’hanno fatto gli altri, ti dico: troppe per contarle (ad esempio: La meglio gioventù, la prima serie di Boris, la prima serie di Gomorra, le prime serie dei Cesaroni). Però il titolo che mi è venuto subito in mente è la prima serie di Tutti pazzi per amore, leggera e divertente al punto giusto, di una leggerezza molto difficile da ottenere.

Tante fiction e film ma Laura Sabatino è anche autrice di romanzi. È uscito da poco il tuo secondo romanzo, Le pietre in tasca. Al centro del racconto troviamo Guido, sceneggiatore, e Luisanna, regista. Davanti a loro un bivio: rimanere indipendenti o cedere ai grandi canali tv per produrre fiction in quantità? Come è nata l’idea di questo romanzo e quanto c’è della tua esperienza personale nel romanzo?

L’idea viene da molto lontano, davvero. Ho studiato scrittura cinematografica anche all’università e a quel tempo mi sono imbattuta in una definizione della sceneggiatura che poi è rimasta con me per sempre. “Scrittura malinconica” veniva definita, perché lo sceneggiatore sta sempre sospeso tra immaginazione e irrealizzabilità di ciò che ha immaginato, visto che spesso non è lui l’autore finale del film o serie tv. Può essere sorpreso in positivo o in negativo dal risultato finale, ma la coincidenza assoluta è impossibile, e in questo scarto tra immaginazione e realtà sta la sua malinconia. Ho sempre pensato che uno sceneggiatore potesse essere un personaggio interessante da raccontare e nel tempo ho preso tanti appunti. Poi il caso ha voluto che materialmente il libro sia stato scritto in un momento in cui, per cause di forza maggiore, non potevo lavorare. Così mi è capitato di ripensare un po’ a tutto, al sistema di lavoro, ai colleghi che non dimenticherò mai, a come io vivevo il mio lavoro e alle somiglianze con altri ambienti anche molto lontani dal nostro. Il libro è il risultato di tutto questo. Il protagonista è Guido, uno sceneggiatore, e dal suo punto di vista si parla di storie, di cinema, di serie tv, anche d’amore. Alla fine forse è un libro sul trovare la parte più autentica di se stessi, cosa che non a tutti riesce, specie negli anni della giovinezza.

Per chiudere, ringraziandoti per la grande gentilezza e disponibilità, ti chiedo: quale tipo di percorso formativo consigli a chi vuol tentare la strada dello sceneggiatore? Una volta compiuti gli studi, quale gavetta intraprendere?

Direi che non c’è un unico percorso formativo, e soprattutto non esiste un percorso infallibile. È un campo dove davvero non c’è alcuna certezza. Io ho studiato molto, prima all’università, poi al centro sperimentale. Ho seguito i corsi di Robert McKee e quelli organizzati dalla Rai, ho guardato tanti film e tante serie tv, cerco sempre di vedere tutto, per passione e per lavoro. Direi che quest’ultima cosa è essenziale, mentre il merito delle scuole di cinema, al di là degli insegnamenti tecnici che pure sono necessari, è soprattutto quello di metterti in contatto con altre persone appassionate come te, con cui confrontarsi, criticarsi a vicenda, spronarsi. La critica e il lavoro di gruppo sono fondamentali. Io tutt’ora collaboro con amici conosciuti ai primi corsi di cinema e al centro sperimentale, e sono loro che alimentano il mio sogno, anche quando magari c’è poco da sognare.

Concludo ringraziando tanto il blog per l’intervista e Bubino per l’accortezza e la profondità delle sue domande. Non sono abituata alle interviste e spero di non avervi annoiato troppo. Grazie ancora, Laura