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INTERVISTA ALLO SCENEGGIATORE ANDREA VALAGUSSA: COME NASCE UNA SERIE, CONFRONTO TRA L’ITALIA E L’ESTERO, IL PRIVILEGIO DI SCRIVERE DON MATTEO, LA CRISI DELLE FICTION DI CANALE 5 (PRIMA PARTE – ESCLUSIVA)

INTERVISTA ALLO SCENEGGIATORE ANDREA VALAGUSSA: COME NASCE UNA SERIE, CONFRONTO TRA L’ITALIA E L’ESTERO, IL PRIVILEGIO DI SCRIVERE DON MATTEO, LA CRISI DELLE FICTION DI CANALE 5 (PRIMA PARTE – ESCLUSIVA)Andrea Valagussa (primo da sinistra) con Francesco Arlanch, Luca Barbareschi e Alessio Boni alla conferenza stampa di presentazione della fiction di Rai1 “La Strada di Casa”

[line]Esclusiva BubinoBlog[line]

Oggi ho il piacere di intervistare lo sceneggiatore Andrea Valagussa. Dietro molte fiction di successo c’è anche la sua firma, dagli esordi con Distretto di Polizia alla consacrazione con La Strada di Casa, passando per Don Matteo e Che Dio ci aiuti. Con grande disponibilità e profonda competenza, ha accettato di rispondere alla mia lunga intervista che tocca argomenti cari agli appassionati di fiction, oltre a svariati aneddoti, curiosità e anteprime sia Rai che Mediaset. Grazie Andrea per questa intervista-lezione!

Delle fiction il telespettatore tipo conosce il nome degli attori, a volte il regista, poche volte la casa di produzione e ahimè poche volte anche gli sceneggiatori (tranne noi appassionati di tv). I fondamentali artefici dell’impalcatura, scusa il termine, sulla quale nasce poi tutto il palazzo ovvero la fiction. Come dire, anche i più grandi attori senza una valida sceneggiatura, non possono fare miracoli. Ti ritrovi in questa descrizione?

E come non ritrovarsi? È una definizione tanto fondata che negli Stati Uniti gli autori sono ormai i veri showrunner delle serie con potere decisionale su tutte le fasi produttive: dalla regia, al cast, alla post-produzione, persino alla promozione. Io da bambino sognavo di fare il regista. Poi crescendo ho capito che c’è un regista prima della regia, l’autore delle storie! È questo che mi affascina del mio lavoro e che mi porta a considerarmi un privilegiato: avere di fronte la carta bianca e poter creare un mondo di cui posso decidere il colore, l’atmosfera, gli ambienti, gli attori, le direzioni. C’è qualcosa di più bello?

Com’è cambiato il lavoro di sceneggiatore dai primi anni 2000 ad oggi?

Che ci pagano molto meno! Rivendicazioni di categoria a parte, è cambiato tutto! 15 anni fa la fiction scimmiottava il cinema e difatti si producevano quasi esclusivamente miniserie, o film in due puntate. Ora invece la tv ha elaborato un linguaggio proprio, quello della lunga serialità a impianto orizzontale, capace di esplorare le profondità, le ampiezze e le complessità dei personaggi come nessun’altra forma d’arte. Sai cosa dice Mckee, uno dei più grandi teorici di narrativa a livello mondiale? Che noi sceneggiatori di lunga serialità siamo gli architetti narrativi delle cattedrali della narrativa del 21° secolo. Una bella responsabilità, no?

Quali i pro e i contro della serialità americana rispetto a quella italiana?

A questa domanda rispondo in continuità con la precedente. Le differenze secondo me si stanno accorciando. Forse non ancora a livello qualitativo e produttivo, ma narrativamente iniziamo a muoverci sulla stessa frequenza. Anche da noi ormai si cerca sempre più di creare racconti di 600 minuti, con alla base una premessa in grado di muovere da sola l’intera storia e con la possibilità di sviscerare i protagonisti in modo assoluto, vivendo quasi in osmosi con loro. Una narrativa meno schematica e più profonda, con due colonne fondanti: capire come finirà la vicenda, ma anche e soprattutto, capire chi sono i personaggi che percorrono la storia, scandagliandone la personalità in un movimento di conoscenza sempre più profondo e tridimensionale.

Per quanto riguarda il mercato europeo, conosci e apprezzi qualche serialità, molte delle quali arrivano anche nei nostri palinsesti?

L’offerta di fiction, grazie anche a piattaforme come Netflix, sta diventando sempre più variegata. È come se ci fosse un contest mondiale e non è detto che le proposte migliori giungano sempre dall’altra parte dell’Oceano. Guarda per esempio Dark, serie tedesca molto interessante, o Broadchurch e Happy Valley, serie inglesi davvero notevoli. Anche noi abbiamo le nostre frecce tricolore come Gomorra, Suburra, The young Pope.

Come vedi la fiction italiana fra 10 anni? Quali pensi saranno i nuovi temi cari al pubblico e le evoluzioni a livello di scrittura e produzione?

Domanda impegnativa. Il mio auspicio è che sia sempre più coraggiosa, che non si accontenti di replicare un modello vincente, ma che si apra a nuove vie, accolga idee inattese, sperimenti nuovi formati, recuperi i generi. Faccio l’esempio del cinema: chi pensava che in Italia si potesse fare un film su un supereroe prima di Lo chiamavano Jeeg Robot? Insomma sempre meno formule certe per assicurarsi lo share e sempre più libertà creativa. In questo devo fare un plauso all’attuale direttore di Rai Fiction Tinni Andreatta che da quando si è insediata ha iniziato coraggiosamente a percorrere questa strada, e insieme a prodotti tradizionali come Don Matteo e Un medico in Famiglia ha aperto la strada a prodotti più sperimentali come Sirene, Rocco Schiavone, La porta rossa.

Quando ti viene commissionato un soggetto per una fiction, come funziona concretamente il rapporto tra azienda tv, casa di produzione e sceneggiatore? Viene data un’idea generale da sviluppare? Alcune indicazioni, ad esempio tematiche da affrontare così come argomenti da evitare? Cambia e come lavorare con Lux Vide o Casanova, così come per Rai o Mediaset?

Ogni produzione fa caso a sé. A volte le indicazioni giungono direttamente dai broadcaster, altre dalla casa di produzione e altre ancora siamo noi stessi a proporre un’idea, un progetto. Non esiste un modello virtuoso, si tratta in ogni caso di condividere l’idea di fondo, comprendere bene il target di riferimento e lavorare al massimo delle potenzialità per il bene del prodotto. Per le differenze tra case di produzione, alcune hanno un reparto editoriale più sviluppato, altre lasciano maggior libertà agli autori.

Hai lavorato per Taodue e Canale 5 come sceneggiatore di Distretto di Polizia 6 e 7. Un periodo d’oro per Fiction Mediaset con ascolti e appeal al pari o superiori a quelli di Rai Fiction. Da qualche anno fatica però a ritrovare la strada del successo auditel, tranne poche eccezioni. Quali sono secondo te le cause di questa crisi? Hai dei consigli? Hai ancora contatti con Mediaset?

In un paese in cui i poli produttivi si contano sulle dita di una mano, il calo di ascolti della fiction Mediaset è un argomento che sta a cuore non solo a me, ma a tutti i professionisti del settore. Io chiaramente mi sono dato delle risposte, ma forse sono semplicistiche. Ai tempi d’oro, come li chiami tu, la proposta era generalista, ma con un occhio di riguardo al target commerciale, pubblico più maschile, colto e giovane rispetto al target di Rai1. Distretto di Polizia era la punta di diamante. Mediaset era l’innovazione, Rai la tradizione. Poi si sono prese strade diverse, si è andati verso un pubblico più popolare, ma la scelta, forse, non ha pagato. Io tornerei a puntare alto, a confrontarmi con il mercato internazionale, a studiare prodotti che possano aver mercato non solo in Italia, ma anche all’estero. Se sbaglio preferisco farlo per troppa ambizione. E credo che il nuovo direttore, Daniele Cesarano, la pensi esattamente così.

Ora passerei a Don Matteo. Come è cambiata negli anni la scrittura della fiction prodotta dalla Lux Vide? E’ più un privilegio o una responsabilità scrivere per la fiction più vista e popolare in Italia, seconda solo a Montalbano?

Scrivere fiction è un privilegio sempre, figuriamoci quando si parla dei mostri sacri. Don Matteo è la televisione italiana. L’ha forgiata e ne è stato forgiato. Adesso sta andando in onda l’undicesima stagione ed è profondamente diversa rispetto alla prima. Ha una struttura molto più orizzontale, un approfondimento dei personaggi decisamente più consistente, un ritmo più incalzante. E questo per merito soprattutto di Mario Ruggeri che ha saputo ridare linfa al format. Tra l’altro, scrivendolo, ho provato sulla mia pelle che è un prodotto molto meno banale e facile di quel che si pensa. Mescolare mistero, commedia e riflessione morale non è per niente semplice, è una specie di magia alchemica.

Capitolo Un Passo dal Cielo. Con l’addio di Terence Hill e l’arrivo di Daniele Liotti, diversi commentatori del blog hanno storto il naso per le troppe novità dal cast alla linea narrativa, divisa tra i misteri della setta e il lato comedy delle vicende legate a Fedez. Alcuni speravano inoltre in una promozione del personaggio interpretato da Francesco Salvi, nell’ultima stagione quasi una comparsa.

Cambiare in corsa non è mai semplice, si rischia di snaturare il concept e di scontentare tutti. Io credo che quella di Un Passo dal Cielo 4 sia stata una sfida vinta. E lo dico da semplice spettatore, dato che della quarta stagione firmo solo due soggetti di puntata. Come sempre qualcosa ha funzionato meglio e qualcosa meno, ma la sfida è stata vinta e so che nella quinta si sta lavorando perché il mutamento di pelle prosegua. L’intenzione è sviluppare un giallo di serie sempre più centrale e funzionale al racconto dei protagonisti e mettere in scena una commedia più contemporanea e meno di maniera.

Domani, nella seconda parte dell’intervista, parleremo del futuro di Un Medico in Famiglia, del successo de La Strada di Casa, dei consigli per diventare sceneggiatore e infine di alcuni “segreti” delle fiction di Canale 5…. da non perdere!!