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#LEAVINGNEVERLAND: NON CHIAMATELO DOCUMENTARIO

…e finì per annegare in un oceano di voyeurismo e pretestuosità.

No, fandom e tifoserie questa volta non c’entrano: pur riconoscendone l’estro e il talento, non mi ritengo un supporter di Michael Jackson. Mi sono approcciato a Leaving Neverland, spinto esclusivamente da quell’insana curiosità che scatta quando a finire sotto accusa non è l’artista, ma la persona. Una distinzione che è necessario fare, perché qui in discussione non è il “King of Pop”, ma il Michael che vi sta dietro. Il Michael all’apice del successo che “si sente solo” e si nasconde nell’auto di una qualunque famiglia americana che ripone le proprie speranze di riscatto economico-sociale nell’accontentare la star del momento, nel portarsela a casa trattandola quasi al pari di un figlio adottivo.

Nessuna posizione preventiva, anzi. Ammetto che sono arrivato all’appuntamento conoscendo solo marginalmente le vicende trattate. E devo dire che se l’intento era gettare ulteriori ombre e riaprire un capitolo su cui la giustizia si è già pronunciata, l’effetto, almeno su di me, è stato controproducente.

Senza entrare nel merito delle testimonianze (non sta a noi farlo), ma soffermandosi esclusivamente sul prodotto, il taglio dato al racconto, i giochi di montaggio, è indiscutibile come l’intenzione stessa di non dare voce al contradditorio induca invece a riflettere su quanto un lavoro di questo tipo, anche solo per la delicatezza della materia trattata, necessiti in larga misura di un contradditorio. Un contradditorio che, nel dare voce anche a un’altra verità, conferisca all’impianto narrativo una sua dignità.

Documentare, d’altronde, non è fomentare sensazionalismo. Non è sposare una sola tesi. Documentare dovrebbe in prima istanza aggiungere qualcosa a quanto già risaputo. Qui invece, se uno si mettesse nei panni di chi già conosce i grandi accusatori di Jackson, capirebbe che non ha alcunché ancora da sapere guardando Leaving Neverland. Qui poi ci sono tante, tantissime parole, fotografie. Ma di prove effettive, almeno nella prima parte, nemmeno l’ombra.  E un documentario come questo, per rimettere in discussione una tesi, dovrebbe averne. Dovrebbe quanto meno interrogarsi sulle stesse teorie che si propone di raccontare.

Il contradditorio, Leaving Neverland, sembra non conoscerlo neanche. Una scelta voluta. Ma se l’idea era proprio quella, allora l’effetto implicito è contrario: il contradditorio ha e deve avere un valore. E se invece l’obiettivo era inseguire la morbosità, il sensazionalismo, allora no. Non chiamatelo documentario.

2 Risposte

  1. Ital ha detto:

    Il sensazionalismo ….e’ una delle malattie più bieche e brutte del giornalismo…

  2. Sono Arcipieno ha detto:

    Non ho seguito il documentario quindi azzardo un’ipotesi: e se il documentario seguisse la costruzione di Non mentire, con una puntata contro e una a favore?