RAI, L’AUDIZIONE DEI VERTICI BANIJAY: OGGI È UN ALTRO GIORNO COPIA VIENI DA ME? I CREATIVI TUTTI FUORI DALLA RAI. E SULLA PROVA DEL CUOCO…

Lo scorso 14 settembre si è svolta in Vigilanza Rai l’audizione del fratelli Marco e Paolo Bassetti, rispettivamente amministratori delegati di Banijay Group e Banijay Italia. Molti gli argomenti trattati e, grazie ad un interessante contributo del consigliere di Vigilanza Riccardo Laganà, andiamo ad analizzare i punti toccati dal lungo intervento tra format, stato di salute della Rai, creatività, autori e produzioni interne ed esterne.


Post su Facebook del consigliere di Vigilanza Rai Riccardo Laganà


Ho ascoltato l’audizione dei fratelli Marco e Paolo Bassetti, rispettivamente amministratori delegati delle società di produzioni televisive e multimediali Banijay Group e Banijay Italia auditi presso la Commissione di Vigilanza RAI il giorno 14 settembre scorso in occasione dei lavori legati all’indagine conoscitiva sui modelli di governance e sul ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo, anche con riferimento al quadro europeo e agli scenari del mercato audiovisivo.

Hanno difeso i loro prodotti, il loro modello produttivo di aggregazione, il loro stare sul mercato, l’acume commerciale, vendere in tutto il mondo. Tutto ciò è legittimo per un grande gruppo privato ma gli interessi ed esigenze di un vero servizio pubblico sono di gran lunga più articolati e complessi di quelle di una società di produzione che deve conseguire profitti.

E’ importante analizzare alcuni passi del loro intervento.

Il minimo comune denominatore è la qualità del prodotto per affrontare le sfide del complesso ecosistema dell’audiovisivo tra OTT e servizi pubblici nella giungla del mercato dell’audiovisivo, proprietà intellettuale, diritti e ricavi commerciali nel sistema misto canone/pubblicità.

In tutto questo il concetto profondo di servizio pubblico però rimane molto sullo sfondo e un po’ fuori fuoco.
Nelle loro parole c’è la rappresentazione di una RAI che “ha un ruolo infinitamente inferiore rispetto agli esordi”, “la RAI è sempre pensata come un’azienda in termini difensivi, c’è molta meno efficienza, meno creatività e capacità di investimento“.

Le grandi società di Produzione, a loro dire, hanno dunque supplito alla capacità di investire, si sono sostituite nella produzione, ricerca di prodotti e creatività, tutte attività che “una volta faceva il servizio pubblico“. Ci sarebbe da chiedersi come mai e ricostruire il percorso che ha agevolato il formarsi di questo cordone ombelicale.

E ancora: “La RAI deve essere motore dell’ecosistema e deve dare investimenti a chi è in grado di fornire produzione, creatività e innovazione, ma se la RAI si pone a difesa dello status quo non ce la potrà mai fare“.

Quale sarebbe lo status quo secondo loro?

E’ utile ricordare che RAI ha impatti socio-economici positivi come ben illustrati nell’ultimo bilancio sociale:

Le elaborazioni effettuate indicano complessivamente:

• un contributo al PIL di 2.358 milioni di euro;
• un sostegno all’occupazione nazionale per oltre 26.000 lavoratori del comparto audiovisivo;
• una contribuzione fiscale di 1.163 milioni di euro.

E ancora, dal sito RAI per la Trasparenza:

Gli investimenti destinati ai prodotti audiovisivi nazionali rappresentano per Rai una priorità fondamentale. Fondamentale perché questo impegno appartiene al nucleo centrale della missione di servizio pubblico che è affidata alla Concessionaria.

Un impegno che è legato non solo al rispetto degli obblighi fissati dalla normativa legale e regolamentare di riferimento ma che fa parte della stessa idea di società che anima l’agire imprenditoriale della Rai, improntata alla finalità di partecipare allo sviluppo dell’economia nazionale attraverso un importante contributo alla crescita del mercato, dell’industria cinematografica e degli operatori del settore.
Questa dedizione è confermata dal volume di risorse che sono destinate al finanziamento di tali opere, sia in termini di produzione, con il coinvolgimento delle strutture editoriali e industriali interne, sia in termini di acquisizione sul mercato.

La quantificazione del valore di tali investimenti è pari – per il 2019 – a 1.567 milioni di Euro, corrispondenti al 59% delle risorse complessive di Gruppo.

I progetti di coproduzione internazionale, iniziative quindi che prevedono la produzione e il preacquisto di opere cinematografiche, televisive, teatrali, multimediali con la partecipazione di uno o più partner di almeno un Paese straniero, ammontano – per il 2019 – a 59 milioni di Euro, in significativo aumento rispetto all’esercizio precedente.

Si può ancora migliorare?

Certo, ma forse, secondo loro e se non capisco male, si dovrebbe rinunciare definitivamente a valorizzare le risorse e creatività interne puntando allo smantellamento industriale producendo solo politiche di incentivo all’esodo e svuotamenti dei reparti cardine della produzione con politiche gestionali pensate ad hoc, come in parte è accaduto e in qualche misura sta ancora accadendo, grazie ad una verosimile ma sotterranea strategia interna ed esterna all’Azienda, e violando oltremodo il tanto vituperato art. 24 del contratto di servizio?

Del resto lo hanno detto chiaramente, con il modello produttivo RAI/appalto il margine di guadagno è più basso, se si affida il prodotto totalmente in appalto il margine cresce.

In merito alle polemiche sui format uguali a sé stessi poi si è parlato che “solo” dopo vent’anni di messa in onda di “La Prova del Cuoco”, la Rai abbia deciso di interrompere l’appalto col gruppo Banijay e di affidare quella fascia a un loro competitor con un programma a loro dire simile. Quasi che le fasce di palinsesto impiegate da anni costituiscano un diritto acquisito. Peccato che abbiano dimenticato di rilevare che il vecchio format stesse perdendo ascolti in favore della concorrenza.

L’ultima edizione de “La Prova del cuoco”, ha perso molto rispetto all’edizione 2017/2018, passando dal 16% al 12,5% di share. Non si capisce dunque la meraviglia nel tentare altre strade da parte RAI con altre società di produzione, magari più piccole, o meglio ancora con prodotti interni.

Il concetto del prodotto migliore appunto che se cerchi bene e crei condizioni sortisce “maraviglia” perché può ancora nascere dentro.

Hanno successivamente asserito che RAI avrebbe tolto un loro format (Vieni da me) per farne uno interno a loro dire simile (Oggi è un altro giorno), copiando interviste -che ormai sono considerate un format- e persino le poltrone!

Tacciono però il fatto che, a fronte di un programma affidato a un competitor o prodotto internamente, le fasce più pregiate dell’intrattenimento game show pre-serale e dell’access sono appaltate alle società del gruppo Banijay da svariati anni.

Certamente si dirà che in quelle zone di palinsesto la RAI guadagna attraverso la pubblicità perché fanno ascolti e sono prodotti che tutto sommato tengono. Vero, però forse ci si dovrebbe interrogare sul fatto che il pubblico a quell’ora, considerando il cambio delle abitudini di consumo e di contesto complessivo, magari comincia ad avere altre esigenze informative ed educative o di intrattenimento che dovremmo anticipare prima della fuga degli ascolti: il servizio pubblico autentico dovrebbe fare esattamente questo.

Denunciano inoltre quello che, a loro modo di vedere, sarebbe un nostro distorto modello di produrre con le società di produzione in appalto parziale o coproduzione.

“La Rai ha questo modello perché deve far lavorare le sue strutture”. Valorizzare e investire sulle risorse interne diventa quindi un ostacolo industriale? Per chi?

Che le risorse interne Rai rappresentino una sorta di peso nell’immaginario privato è emerso anche in un secondo passaggio, quando l’AD di Banijay Italia ha affermato che “…facciamocene una ragione, i creativi sono tutti fuori dalla RAI perché vogliono essere liberi e magari vogliono lavorare su prodotti di successo”. Hanno confermato poi il fatto che se sei un creativo o un autore sarebbe preferibile passare attraverso una grande società di produzione per avere speranze di vedere l’idea prodotta e realizzata viste le numerose risorse e capacità di investimento.

Aggiungono poi che le piattaforme hanno solitamente strutture molto “leggere”, in tal modo possono permettersi di comprare tutti i prodotti che preferiscono e velocemente.

Insomma secondo loro “Rai è decisamente in ritardo mentre il percorso di internalizzare la creatività diventa lungo, costoso e faticoso.” Mi pare di capire che questo considerazione sia condivisa e supportata da anni anche in RAI vista l’assenza di iniziative concrete in tal senso. Del resto anche l’appalto totale deresponsabilzza abbastanza i decisori.

Affermano inoltre che: “c’è un mondo oltre i 12000 dipendenti RAI che dovrebbe essere servito, sono persone che lavorano solo per capacità professionali e non per meriti di altro genere” (si sottolinea con il gesto delle virgolette)

Quali sarebbero, orsù dunque, gli altri meriti eventualmente legati alle lavoratrici e lavoratori RAI di cui parlano?

Affermano: “…i grandi network, i grandi produttori, non è che assumono le persone a tempo indeterminato, prendono le professionalità dal mercato, non è che li assumono e li mettono lì in un ufficio per far le cose…” purtroppo nessuno dei commissari di vigilanza presenti ha voluto/potuto approfondire.

Incalzano e insistono poi: “Io sono un direttore di una rete, non in Italia ma in qualsiasi posto, e mi chiedono una certa performance:
scelgo il prodotto migliore che trovo sul mercato, o quello che mi impone l’azienda, perché devo far lavorare qualcuno? Scelgo il prodotto migliore sul mercato. Questo è il motivo per cui sono nate tutte queste società di produzione, perché un creativo che lavora con noi ha la possibilità di lavorare con tutte le piattaforme, ma quando una cosa gli funziona, io ho la possibilità di distribuirlo in tutto il mondo, quindi di dargli una percentuale di quello che lui crea e i broadcaster non hanno quest’opportunità, perché ovviamente noi non abbiamo la burocrazia che ha un’azienda pubblica.

Sanno che per stare sul mercato, devono avere sempre il prodotto migliore. Se qualcuno si mette in testa che bisogna far lavorare tutti, qualunque sia la performance, non funziona, perché io alla fine perderò quote di mercato, perché non ho la possibilità di scegliere il prodotto migliore.”

Risposta che non lascia spazio ad equivoci.

Visti i recenti risultati del grande mercato dell’intrattenimento in Italia e dell’offerta di prodotti molto simili su scala planetaria, dei risultati di gradimento e di ascolto dei recenti format scelti dai direttori di rete e andati in onda recentemente sulle generaliste, la tesi del miglior prodotto esistente solo sul mercato e non presente internamente subisce delle pesanti crepe e diventa oggetto invece di ampio dibattito sul ruolo futuro dei servizi pubblici, dei rapporti con le grandi major dell’intrattenimento, dei contenuti che dovrà veicolare RAI, cosa dovrà promuovere e produrre per distinguersi e rendersi funzionale nell’ecosistema produttivo nonché e soprattutto nel tessuto sociale del paese in cui opera.

Il profitto, la concorrenza, la competizione per aggredire fette di mercato sono concetti che ritengo collidano con il significato e il valore della mission di servizio pubblico. Occorre fare attenzione a tutto questo.

Il servizio pubblico non si presta ad operazioni di omologazione di prodotti e contenuti spesso simili se non identici, proposti sulle Reti Rai e parallelamente sui competitor privati, idonei a fare le fortune delle società di produzione, ma non certo a conseguire gli obiettivi che sono messi nero su bianco nel contratto di servizio.

Il core business della RAI è il servizio pubblico, pensare agli utenti e alle nuove generazioni. L’informazione declinata nei diversi prodotti editoriali multi piattaforma, racconto del Paese, il racconto degli italiani all’estero, gli approfondimenti, i nuovi formati di inchiesta, show educativi ecc. Tutto ciò non può essere appaltato parzialmente o totalmente insieme alla linea editoriale che deve invece rimanere custodita con cura in RAI senza deroga alcuna.

Dopo di loro il diluvio?

Secondo me no, al contrario. Va esaminato con cura il fenomeno, gli impatti e indirizzare la linea editoriale.

Questo non vuole dire chiudersi e mantenere lo status quo ma orientare le nuove esigenze editoriali definendo perimetri e confini tenendo ben presenti le risorse economiche e guardando al pubblico che cambia e vuole cambiare.

Ecco perché ho inviato una dettagliata lettera sul tema delle grandi società di produzione a tutto il cda RAI e collegio sindacale – con evidenza di alcune criticità anche con riferimento al rispetto delle prescrizioni contenute nel Codice Appalti e Piano Triennale Anticorruzione – con la certezza che la questione verrà presto affrontata con soluzioni che auspico verranno inserite all’interno di un ragionamento complessivo di rinnovamento aziendale, editoriale ed industriale alla luce delle evidenti lodevoli intenzioni di valorizzare le risorse interne.”