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E SE LE MURA DE “IL COLLEGIO” COMINCIASSERO A TRABALLARE?

Recensione a cura di @giulio – Ormai ce le dobbiamo far andare giù. Con buona pace di chi a una spremuta preferirebbe una tequila o un ottimo gin tonic. In una tv già povera di idee, in piena crisi pubblicitaria, la parola d’ordine è solo una: spremere. Il pensiero corre subito al Grande Fratello ma anche in altri lidi non si scherza: il problema però è quando, pur di assicurarsi serate, si sceglie di diluire ulteriormente la spremuta fino a renderla insipida.

È un po’ quanto sta accadendo con il GF Vip. E in parte accade anche tra le mura de Il Collegio: d’altronde i collegiali sono più avvezzi all’olio di ricino che alle spremute. E a piatti dal gusto poco gradevole. Non noi però (o forse ci avevano abituato troppo bene negli anni scorsi). Perché in un piatto come in un programma televisivo è comunque questione di equilibrio. Ma in questa edizione del docu-reality a emergere (anche in modo abbastanza evidente) sembra invece essere il disequilibrio, lo sbilanciamento tra confezione e narrazione.

Troppe otto puntate: se di solito è la confezione ad accompagnare e sostenere la narrazione, qui invece arriva quasi a travolgerla. E la narrazione finisce per perdersi in lungaggini, funzionali solamente ad allungare eccessivamente la brodaglia. Tempi morti, dinamiche trite e ritrite (e non ci riferiamo alle edizioni precedenti): perché? Perché dover usare per forza otto puntate per raccontare qualcosa che ne meriterebbe invece meno? Logiche commerciali, certamente.

Ma siamo sicuri che in questo modo non si finisca per fare un pessimo servizio a un prodotto comunque ancora capace di incuriosire una fetta di pubblico solitamente poco propensa a bazzicare l’etere televisivo? Impossibile non notare i disperati tentativi per mantenere vivo il racconto nell’arco delle serate a disposizione: espulsioni a cronometro (alcune per ragioni alquanto discutibili), i conseguenti vaffa al preside, nuovi innesti in corsa.

Espedienti, come l’ormai arcinoto taglio dei capelli, palesemente formulati per stuzzicare l’indole ribelle dei collegiali più fumantini. Per provocarli e innescare dinamiche. Persino la gara in classe e una cena a lume di candela come premio: neanche a Uomini e Donne sono arrivati a tanto. Il tutto in un clima esasperato che dal contenitore è arrivato a plasmare anche il contenuto.

Di certo non si può pretendere spontaneità o autenticità, specialmente da uno show che va in onda ciclicamente ormai da cinque anni. I sorveglianti, il preside, i professori, i collegiali (quest’anno anche il bidello): ognuno, pur non essendoci un copione, è consapevole del ruolo che è chiamato a svolgere. E anche qui indispensabile è riuscire a trovare (e mantenere) un equilibrio tra persona e personaggio, senza strabordare.

Il rischio altrimenti è di risultare caricaturali: la sensazione è che in pochi quest’anno siano riusciti a non esserlo. E che il gioco sia ancora più artificiale e artificioso di quanto lo fosse in passato. D’altronde, come ha scritto in “Ogni cosa è Illuminata” lo scrittore Jonathan Safran Foer “un artefatto è il prodotto di un tentativo riuscito di ricavare una bella cosa senza scopo, senza utilità, da un fatto al tempo passato”.

E cos’è Il Collegio se non un artefatto? Ma per preservarlo urgono riflessioni: anche perché la prossima edizione è dietro l’angolo, come ogni buona spremuta impone.