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#SANREMO2020: IL DIRITTO DI STONARE, IL DIRITTO DI SBAGLIARE

Editoriale a cura di Giulio – Ci si può permettere di sbagliare su un palco “pesante” come quello di Sanremo? Una stonatura, una battuta fuori luogo, un vuoto di memoria, una gaffe.

Chi ieri sera è riuscito a sopravvivere alle oltre quattro ore di diretta, sa bene che non tutto è riuscito alla perfezione. Nel ricco piatto cucinato per il kick-off (talmente ricco che qualcosa probabilmente si sarebbe anche potuto risparmiare e magari chiudere un po’ prima), qualche sbavatura c’è stata. La tensione, l’emozione. La commozione, si dice oggi per giustificare le stecche prese da Tiziano Ferro.

Per le lacrime. Per quella cover di “Almeno tu nell’universo” non così riuscita come ci si potesse aspettare, terminata con quel “Ho rovinato tutto”. E, tra le performance di ieri sera, non è nemmeno l’unica di cui oggi se ne possa parlare solamente bene. Quanto pesa dunque uno sbaglio su quel palco? Una volta probabilmente sarebbe suonato come la profanazione di un tempio sacro della canzone italiana.

Perché è difficile pensare ad altre manifestazioni, altri palchi (almeno in Italia) dove pochi minuti possano valere un’intera carriera. Sanremo, proprio come ricordato ieri sera da Amadeus in apertura, è il sogno. Per chi fa della conduzione la sua vita. Per chi la tv la scrive, dietro le quinte. E anche per chi di tv ne scrive.

Sanremo è il sogno per un giovane che ambisce a una carriera nella musica. E per il “big” che ne vuole coronare una già avviata. Persino per un grande showman. Il racconto di questo Festival non poteva partire che da lì. Da un sogno e da una promessa scambiata ormai oltre trent’anni fa da due giovani talenti che, all’epoca, i palchi li avevano appena cominciati a calcare. Sanremo è un punto di arrivo, ma spesso può essere anche un punto di ripartenza.

Perché su quel palco, “pesante” sia emotivamente che in termini di esposizione, ci si gioca se non tutto, comunque molto. La tensione, l’emozione, la commozione lo dicono. Gli sbagli lo dicono. Se tutto fosse perfetto, senza sbavature, finirebbe per essere davvero solo una vetrina, con manichini appositamente posizionati per dare un ordine al tutto. Un ordine che al giorno d’oggi probabilmente stonerebbe. In una tv che insegue storie, emozioni. Che predilige il vissuto. Quell’autenticità di cui parlava oggi in conferenza stampa il direttore Stefano Coletta, tangibile nel potente monologo di Rula Jebreal sulle donne.

E allora ben venga la commozione di Tiziano Ferro, quel pugno in ricordo di una grande artista come Mia Martini che ha sperimentato sulla propria pelle l’indegna doppia faccia di quel mondo di lustrini e paillettes, dove ogni cosa per apparenza deve essere in ordine e funzionare senza sbavature. E ben vengano quella tensione, quell’emozione. Anche se dovessero sfociare in qualche stonatura (qualche, sottolineo). Anche se, come ieri sera, il tremolio di una mano nel tenere il microfono durante l’esibizione le lasciasse percepire.

Sbavature che danno anima al tutto. Non più una vetrina, ma un Festival. Dei nostri giorni.